“Dai tatuaggi a Sky, dalla fotografia alla poesia: Gabriele Micalizzi”

schermata-10-2457676-alle-16-30-19Secondo Vilém Flusser, il fotografo  è simile al cacciatore nell’atto di compiere un agguato per ghermire la preda.Esso si muove furtivamente, combinando tecnica e fantasia. Questa è l’idea della fotografia. Gabriele Micalizzi, vincitore del primo talent europeo sulla fotografia, Master of Photography su Sky Arte, è degno esponente di questa espressione. Fotografo, 32 anni, ha due figlie, fa il tatuatore dall’età di 19 anni; dotato di una simpatia a dir poco contagiosa, è una persona intelligente, instancabile, fiera delle sue origini proletarie, riguardo alle quali ripete sempre con la sua cadenza da ragazzo di strada “Io sono classe operaia”. Fotogiornalista, dopo il diploma in Belle Arti, ha iniziato nel 2004 la professione collaborando con la News Press Agency di Milano. Dal 2010 ha ritratto la rivoluzione delle magliette rosse a Bangkok, successivamente la Primavera Araba in Tunisia, Egitto e Libia. In questi anni, ha poi continuato a lavorare in Medio Oriente, seguendo le tensioni politiche a Gaza e a Istanbul, oltre alla crisi economica Greca. Tra le testate con cui ha collaborato figurano New York Times, New York Times Magazine, New Yorker, Newsweek, Espresso, DRepubblica, Repubblica e molte altre.

A “Master of Photography” su Sky questo inverno, ti sei distinto per aver dato qualcosa in più ad ogni prova. Questa particolare sensibilità  è il risultato del tipo di lavoro che fai o ha radici più profonde?

“La sensibilità è una cosa che non scegli. 
Un po’ come dice Jep nella Grande Bellezza. 
Mi ha sempre appassionato l’arte, sono molto appassionato di pittura,
 ho sempre disegnato molto e cercato ispirazione nei grandi autori.
 Ma essendo una persona molto istintiva la fotografia è il media che più mi si addice.
Sono cresciuto in periferia, case popolari e cortile al centro a giocare a pallone, questa la base della mia infanzia.
 Mia sorella faceva l’artistico, è lei che mi ha mostrato i primi libri e tavole.
 Sono rimasto subito affascinato dalla potenza dell’immagine.
Quindi per riassumere, un ragazzo sensibile cresciuto in un ambiente ostile.
Se penso a ciò che faccio ora è esattamente lo sviluppo di questo pensiero.
Racconto la vita di persone che vivono in situazioni di disagio.
Lungo il percorso educativo ho avuto molte persone che mi hanno spronato ad andare avanti approfondendo l’esigenza di esprimere quello che sentivo.
Il lavoro è una parte importante della nostra vita, perché passiamo praticamente quasi metà della nostra esistenza a svolgerlo.
Ho sempre fatto mille lavori diversi, ma sentivo comunque l’esigenza di buttar fuori, di creare qualcosa…
Per un periodo ho vissuto in Australia, un posto incredibile, surf, avventura, vita spensierata, ma ad un certo punto 
sentivo come un vuoto, era tutto nuovo non c’era un edificio con un po’ di storia non trovavo la cultura intorno a me.
Come invece succede in Italia, che anche nel paesino più’ sperduto si trova la testimonianza della storia e della cultura estetica.
Per molti anni tamponavo questa voglia facendo la notte i graffiti,
che aveva anche la componente adrenalinica che soddisfaceva in pieno le mia necessità. 
Dopo, sono passato al tatuaggio in cui il contatto con il supporto, la pelle, era viscerale, primordiale e indelebile.
Poi, alla fine, sono arrivato alla fotografia, che mi dava quel risultato quasi immediato che mi saziava.
 E avendo la fortuna di lavorare con tanti fotografi interessanti mi ha motivato a concentrarmi principalmente su quest’arte”

Con grande sorpresa ho scoperto che eri un fotoreporter. Raccontami un po’ di te: le tue origini, come è nata questa passione.


“Io direi che sono un fotoreporter, visto che faccio questo per vivere, e ti scrivo dalla Libia.
 Al liceo scoprii la camera oscura, in quel mood da sottomarino sovietico in cui, con procedimenti di pura alchimia, davi vita ai tuoi ricordi, sono andato giu’ di testa.
Il Liceo che frequentavo era molto particolare, L’ISA di Monza, praticamente un accademia d’arte pratica..molti laboratori.
Ero un ragazzo abbastanza agitato e grazie al mio professore Flavio Pressato che mi teneva li piuttosto che vedermi in giro a fare le tarantelle,
passavo le mattine a stampare invece che seguire le altre lezioni.
Mi ricordo che il frigo della camera oscura era pieno di pellicole,carta e salami…
Dalla camera oscura ho fatto venti metri e sono andato nella biblioteca della scuola,  li ho visto i primi cataloghi dei grandi fotografi di guerra.Vedere quei posti esotici lontani, quelle situazioni estreme ed adrenaliniche…. mi hanno fatto immaginare e respirare l’avventura.
Cosi’ decisi che quella era la mia strada, e da li ogni giorno ho investito tutto il mio tempo ed energie per trovare il modo di avvicinarmi a questo mondo”



Perché hai voluto partecipare a questo talent televisivo? Non è  in contraddizione col tuo lavoro?


“Guarda, tutto è nato dal secondo posto in un concorso molto importante che aveva come tema la Libia.
Mi servivano soldi per finanziare questo progetto, allora un’amica mi parla di MOP, e quando ho visto la cifra in ballo ho subito mandato la candidatura.
Mi hanno chiamato due giorni dopo per dirmi che ero stato selezionato.
Da li molti mi hanno incominciato a fare discorsi di etica e altri improbabili motivi per il quale io non dovessi partecipare.
Ma grazie a Dio ho sempre pensato con la mia testa.
E’ impossibile fare qualcosa che possa piacere a tutti, io ho partecipato appunto perché era la prima edizione e quindi sperimentale.
Secondo me è stata una bella sfida utilizzare un format di intrattenimento per fare cultura fotografica.
Lo scopo è nobile, rendere la fotografia più popolare, perché di solito, purtroppo, è un ambiente molto autoreferenziale.
E posso dirti che a livello personale il confronto arricchisce sempre, soprattutto in questo caso..
Poi lasciamo discutere chi ha tempo di farlo, io devo fare le foto. Perchè sarebbe in contraddizione con il mio lavoro? 
Io di lavoro riporto i fatti cercando di raccontarli al meglio con una visione comprensibile a più gente possibile.
Mi hanno chiesto di fare delle fotografie non degli spaghetti.
Che comunque faccio benissimo…(ride)”

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E’ stata un ‘esperienza significativa? Cosa ti ha lasciato ?

“E’ stato affascinante fare un programma, stare dietro alle quinte e capire il meccanismo.
A livello fotografico, è stato stimolante in quanto le persone che mi giudicavano erano molto lontane dalla mia fotografia.
Ma sono comunque riuscito a fargli notare la mia visione.
Quindi mi ha dato tanti spunti su cui meditare, non si può essere permalosi quando qualcuno giudica un prodotto fatto per comunicare,
anzi è proprio il confronto il punto di partenza.Comunque, si trattava di andare in giro per l’Europa e fare foto, quello che praticamente faccio sempre.
Altra cosa importante è stata che grazie a questo programma, mia nonna ha finalmente capito che lavoro faccio. A parte 150.000 euro mi ha lasciato degli amici e delle conferme”

Si dice che il tuo mestiere è più vicino a quello di un artigiano, per la sua utilità diretta assicurando un servizio pubblico. Hai il dovere di informare nonostante tutto, sfuggendo a mille insidie. Consideri una missione la tua o un semplice mestiere che qualcuno deve pur fare?

“Io sono cresciuto in una bottega di fotogiornalismo. 
Io l’ho sempre considerata una missione e non un semplice lavoro.
Molte volte,mi piace pensare che noi reporter non lavoriamo per i giornali ma per la storia.
Poi, da quando ho perso il mio caro amico e collega Andy Rocchelli in Ucraina sono ancora più motivato.
 Con altri reporter stiamo cercando di concepire un sistema per tutelare i reporter e farli diventare una rete.
 Di metterli in connessione tra di loro per essere sempre di più indipendenti e liberi”

Per te la fotografia deve essere viva, reale o foto d’autore?

“Considero la fotografia come un fluido, che si adatta all’output che si sceglie.
Non si può dare una connotazione d’identità a una fotografia se prima non si ragiona sul dove l’abbiamo trovata.
Mi piace vedere un filo conduttore nel lavoro di un autore, infatti portare avanti delle tematiche e uno stile 
coerente, è la prima cosa che consacra uno sguardo d’autore.
Anche se la grande sfida è far parlare i tuoi soggetti senza importi troppo su di loro.
Quindi ascoltando e non parlando di loro. 
Sono molto affascinato dal binomio di contrapposizione del surrealismo che questa arte riesce a creare mantenendo comunque una solidissima base documentaristica.
A volte, la fotografia troppo concettuale la reputo artificiale e gelida, quindi lontana dai miei gusti”

Hai un fotografo in particolare a cui la tua arte si è ispirata?


“Non ho riferimenti fotografici ma pittorici.
Il classico da Caravaggio,Jan Van Eyck, Velasquez, Boccioni,Pollock,Juan Gris,M.C Esher,H.R. Giger..lista infinita
.Ma apprezzo molto anche la street art, e, cosa che ultimamente mi affascina, il videogame.
Ho collaborato con Leonard Menchiari al progetto Riot Simulator, 
penso che anche le esperienze di vita stiano contaminando fortemente la mia fotografia.
E il cinema mi ha totalmente plagiato per quanto riguarda lo story telling.
Nei miei progetti ci sono tantissimi richiami e citazioni, sia nelle tematiche sia nel modo di mostrarle.”

Tu sei un soldato disarmato, che imbraccia un’arma che non  “tira” ma “prende”. Ti consideri tale? Cosa provi mentre scatti? In quell’attimo sei lì con tutte le tue emozioni o ti scolleghi da esse?

“
Non sono un soldato sono solo un testimone del nostro tempo.
La macchina fotografica è l’unica cosa che c’è tra te e la realtà.
A volte può essere uno scudo con il quale ti ripari a volte qualcosa che amplifica le emozioni.
A me capita che quando guardo una scena molto intensa attraverso la macchina fotografica, il resto cala di volume.Rimane solo quel rettangolo di attenzione dove sta succedendo qualcosa, e nella mente lo scomponi tutto.
Il silenzio è come se il tempo si fermasse o andasse al rallentatore.
Vedi i piani, si distacca lo sfondo dai personaggi, un effetto di realtà aumentata.
Invece, a volte, quando ciò che inquadro è atroce, capita che, come successe a Gaza, mi ricordo che stavo fotografando una pila di bambini maciullati,
ti scolleghi, lo sguardo diventa oggettivo, decontestualizzando la scena,
privandolo di emozione e vedi solo forme, colori e forme senza giudicare.. senza lasciarti turbare.
E’ un istinto di autoconservazione credo, almeno a me capita in questo modo.
Specialmente in guerra,diventi parte di questo grande teatro del conflitto,
anche tu hai il tuo ruolo, diventi parte della scena con il tuo personaggio.
Fare fotografie in quel momento
 è l’unica cosa che legittima la tua presenza per te stesso e per gli altri”

 

http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/2016/10/14/221542/

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La doppia vita della top model Adriana Soares: dalla passerella all’arte di Fabio Carosi (Affari Italiani.it)

La doppia vita della top model Adriana Soares: dalla passerella all’arte

Fotografa di moda e di nudo, artista dell’immagine e anche mamma. La storia della brasiliana Soares

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Top model nel passato, artista eclettica nel presente, oscillante tra pittura e fotografia attraverso un percorso che la stessa Adriana Soares, definisce “foto pittorico”.

Adriana Soares vive a Roma da quando aveva 13 anni e rappresenta un modello di cambiamento intelligente al quale potrebbero e dovrebbero ispirarsi le migliaia di ragazzine che spingono per mettere un piede davanti all’altro e che, quasi ossessive compulsive, pensano che la raffica di selfie, possa aprire loro ogni porta.

Adriana, da dove partiamo per raccontare la sua storia? Dalla prima vita da modella e fotomodella o dalla seconda parte, quella dell’artista?
“Guardi, io ho iniziato a lavorare a 13 anni e ho sfilato per Ferrè, krizia, Lorenzo Riva, Cavalli. Mmh forse faccio prima a dirle quali sono gli stilisti con i quali non ho lavorato… Ma era un altra stagione. E’ stato un momento meraviglioso perché sfilavo, posavo; giravo il mondo anche se già c’erano i primi segni della decadenza. Mia zia era un top model negli ani Settanta e lei sì che si è divertita, a me è toccata la coda prima della crisi”.

Allora concentriamoci sulla second life. Chi è Adriana Soares oggi?
“La mia biografia me l’ha regalata Alessandro Vettori, un poeta. E’ uno scatto emozionante sulla mia esistenza”.

Leggiamone uno stralcio insieme…
“Adriana Soares nasce a Rio de Janeiro. Alla fine degli anni ‘Ottanta si trasferisce in Italia dove, dopo aver lavorato come modella per i più grandi stilisti di moda, decide di seguire la sua vera vocazione artistica-creativa, iscrivendosi nel 2004 all’Istituto Superiore di Fotografia di Roma. Sin da subito realizza innumerevoli shooting fotografici per diversi brand di moda e riviste del settore. La Soares sperimenta in continuazione la grafica fotografica con nuove tecniche, sino alla realizzazione di opere foto-pittoriche stampate su metallo”.

E poi che succede?
“Partecipa a numerose mostre collettive in Italia  – scrive il biografo poeta – e all’estero, da Mosca a Parigi, da Londra d Amburgo. Nel 2014 vince il Premio Foto Art Paris ed il Premio Helas a Salonicco, in Grecia. Dopo aver vinto nel 2013 il primo premio al Concorso Internazionale d’Arte del Comune di Corchiano, vede la sua opera “Margherite rosa” esposta in maniera permanente all’interno della pinacoteca del Comune. A novembre esporrà al Museo di San Salvatore in Lauro a Roma. A fine 2014 esporrà nella Galleria Tartaglia di Rio de Janeiro in una collettiva con alcuni dei massimi artisti brasiliani e realizzerà, per il secondo anno consecutivo, una mostra personale a Ronciglione (VT), in occasione del Cubo Festival, con il patrocinio delle istituzioni”.Dunque fotografa di moda e di nudo, artista dell’immagine e anche mamma. Non dorme?
“E’ una tragedia se fosse per me dormirei anche 20 ore. Pensi che io mi ritocco pure le immagini. E mi trucco anche le modelle.”

Ultima modella fotografata?
“Giordana Vasquez, Laura Bath ma anche talenti osè e star come Giselle Bunken”.

Come sono cambiate le modelle da “ieri” a oggi?
“Una volta erano più preparate, non si improvvisavano e facevano corsi – a proposito, anche io tengo uno stage – anche con bon ton e imparavano a parlare. Ad un certo punto la decadenza, si prendono le ragazze per strada e le mettono in posa. Ha iniziato con Dolce e Gabbana. Se vai a vedere le sfilate camminano come se fosse in strada, non stanno dritte e sono scoordinate”.

E da un punto di vista della bellezza?
“Si sta omologando. Me lo ha detto anche un make up artist…. sono tutte uguali.. Prima c’erano Linda Evangelista, Naomi, Cindy Crawfor. Erano donne e star. Adesso sono diventate delle “stampelle a porter”. Purtroppo. Sono piccoli robot senza personalità .. dei cyborg. E se lo dico agli stilisti mi rispondono che “come voi non ci sono più”.

Torniamo all’arte…
“Top secret. Una sorta di contaminazione tra foto di nudo, ritratti e le fotopitture. Un critico mi ha definita surrazionale…. non dico chi è ma è un critico importante. Ne riparliamo a dicembre e vedrete i miei lavori grazie all’aiuto di una banca che ha sponsorizzato una mostra”.

“I viaggi fisici e onirici di Adriana Soares” di Clelia Patella (Il Giornale Off)

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La fotografia di Adriana Soares, ex modella di origine brasiliana, ma ormai italiana – vive qui dall’età di 14 anni – è il risultato dell’evoluzione della sua persona, che è riuscita a vivere pienamente la storia della propria vita e a metterla a disposizione di un innato senso creativo. Riuscendo a compiere l’ultimo e più importante step con la “creazione” della sua più recente forma espressiva, che lei chiama “Soul PhotoDigiPainting Art”. 

La Soares viene da una famiglia di artisti, pur avendo seguito inizialmente le orme della zia, che è stata una delle top model degli anni d’oro.Ha iniziato quindi giovanissima a viaggiare molto, e proprio nel corso di questi viaggi la sua sensibilità la portava a vivere il contrasto tra la propria situazione “privilegiata” e gli scenari spesso estremamente dolorosi che si aprivano a poca distanza dagli alberghi lussuosi che frequentava (ricorda a tal proposito come “rivelatore” e decisivo un viaggio in India) come una chiave per mettere in discussione ogni aspetto della sua vita, e per ricercare valori più profondi. Esistenziali, più che sociali.

Il tema del viaggio, infatti, è centrale nelle sue opere. Un viaggio sia fisico che onirico, in cui spesso questi due aspetti si confondono – o per meglio dire, si rendono complementari – e che è sempre presente attorno a sé come all’interno di sé. Caratteristica ben evidente nei lavori di Photodigipainting, in cui agli autoscatti del viso dell’artista si sovrappongono gli scatti che la stessa ha effettuato nel corso dei suoi spostamenti intorno al mondo, oltre alle simbologie – evocate dall’argomento trattato, in uno stato di sogno cosciente – che vengono dipinte con olio o acrilico sulle foto, o addirittura formate sulle stesse con materiali di diversa natura, come per esempio la pasta di vetro.

Ricorrente nel lavoro della Soares è anche il tema dell’infanzia. Non è difficile immaginare che l’ingresso in un mondo adulto a quattordici anni possa in un certo senso “sospendere” una fase infantile non ancora pienamente compiuta; in questo caso, però, seppur Adriana sia nel frattempo diventata realmente grande, lo Stupore che è riuscita a mantenere – aspetto fondamentale per chiunque compia un’opera creativa – ha permesso che quella fase non andasse irrimediabilmente perduta. E ha incanalato i ricordi e le immagini della bambina non già in una rappresentazione nostalgica del suo tempo andato, ma in un elemento chiave per evocare – tramite la rappresentazione dei simboli, degli elementi, dei luoghi – quegli archetipi infantili che, riportati in un nuovo contesto e riletti con occhi adulti, permettono di mantenere una visione più pura del mondo. Dove per “purezza” si intende nient’altro che una visione più oggettiva, e quindi profonda.

La mongolfiera di “Metro…” è, a ben guardarla, un palloncino di quelli che sfuggono di mano ai bambini, con tutte le implicazioni che questo espediente comporta.

L’infanzia è però trattata dall’artista anche dal punto di vista di una madre. Lei, che è diventata mamma molto giovane e in un momento in cui per una persona che facesse il suo lavoro uno stato di gravidanza (come anche un parto) poteva rappresentare un serio ostacolo, ha vissuto invece con estrema gioia la sua situazione. Riuscendo a evitare soprattutto quello che le avrebbe potuto creare i più grossi problemi: cadere vittima di un conflitto col proprio corpo che cambiava forma.

Per questo Adriana Soares ha celebrato in una serie di fotografie la Maternità, cercando di porre in evidenza – con scatti che giocano essenzialmente sulle luci, utilizzate in modo che possano di volta in volta esaltare o nascondere dettagli dei corpi nudi delle future mamme – la bellezza del corpo della madre. Bello perché al contempo cela e accoglie la vita. Di una bellezza che va oltre l’ estetica superficiale: profondamente bello.

http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/2015/05/04/i-viaggi-fisici-e-onirici-di-adriana-soares/

Mi presento.

_dsc1256a“Vorrei iniziare parlando un pò di me,dato che questo è il Mio Spazio, della mia sensibilità come persona e fotografa, forse è esagerato affermare che sia un’artista ma io mi considero tale, con le sue insicurezze, le sue inquietudini, le sue fragilità, a volte anche arrogante, permalosa ed estremamente presuntuosa. Pare strana ed inusuale la mia natura, ma non è così. Beh… questa è allacciata alla mia vita, al mio passato o forse è innato… c’è chi nasce, introverso, malinconico, furbetto, compagnone, geniale… io sono nata, non so come definirmi, ma preferivo stare da sola, disegnare, scrivere; strano, chi avrebbe mai detto che avrei fatto dei lavori che richiedono un comportamento opposto, prima la modella gira mondo ed a seguire la fotografa! Detto questo: la radice di questa sensibilità, non ve la posso trovare, forse perché ho perso papà prematuramente, non lo so, ma c’è un ricordo importante, intenso e bellissimo, che tuttora mi rifugio quando c’è caos. La cosa che mi piaceva di più da bambina, a seguire poi da adolescente e successivamente da donna era, chiudere gli occhi, scollegarmi ogni volta che ero malinconica ed affacciarmi dalla mia finestra, sentire il vento che vibrava gli alberi, spesso in fiore, mi inchiodavo lì a lungo, per la disperazione di mia madre, a sentire la brezza profumata sul mio viso e sui capelli, quel profumo, ogni tanto lo risento… è un po’ come tornare a casa! E lì fantasticavo mondi, futuro, cose semplici e straordinarie che solo una bimba ragazza poteva immaginare. In un certo senso sono rimasta quella lì, fortunatamente la vita con i suoi crudeli colpi a volte meritati a volte gratuiti, che però ti fanno maturare, non mi hanno del tutto cambiata. Certo, questo non vuol dire che sono una Peter Pan, no, questo no. Sono rimasta, quella bimba sognatrice e speranzosa che si arrampicava su un albero per rifugiarsi dal mondo e sentire il rumore del vento sulle foglie e creare qualcosa… Ciò che faccio oggi è un po’ rifugiarsi su quell’albero, a casa mia, dove solo io posso raggiungere e nascondermi, dietro ad un soggetto, un colore, una forma, dietro la luce, dietro l’ombra… esprimendo, però, innanzi tutto e soprattutto sensazioni, emozioni… Me”.

Un passato da modella ed un presente da fotografa. “La fotografia mi ha sempre affascinata, è una forma d’arte molto attuale ed espressiva. La fotografia è strumentale alla mia enfasi creativa, è l’evoluzione più logica dal mio passato lavoro.La fotografia mi permette di esprimere emozioni. Amo la bellezza, cerco tramite le mie foto di colpire lo sguardo tramite la fusione di giochi di colore, di luce, di contrasti, di forme. Il mio soggetto non deve apparire mai banale, deve essere comunicante sia con lo sguardo sia con il corpo, ma mai volgare! Quando facevo la Modella, era divertente interpretare un ruolo che cambiava dal prodotto che dovevo rappresentare, essere una brava Modella è un pò come essere un’ Attrice, dovevo immedesimarmi col prodotto da pubblicizzare, ero una lieson tra di esso e le spettatore. Cercavo di capire ciò che voleva il Fotografo da me, ora è l’opposto ma più faticoso! Ci sono tanti aspetti che prima ignoravo: da quelli tecnici, a quello del rapporto col cliente, con la / il modello, con lo staff, che devo farli conciliare armonicamente per la riuscita del lavoro altrimenti non farei bene ciò che faccio. Quindi, amo molto il mio lavoro di fotografa, lo faccio con passione, questo è ciò che ho scelto. Il lavoro di modella l’ho fatto con serietà, impegno e con la stessa passione di ora, ma è passato il momento, ci è stata un’evoluzione! Non guardo mai indietro, anche se fare la Modella, è stata un’esperienza preziosa ed indispensabile per la riuscita come fotografa di moda. Ho rubato con gli occhi dai grandi couturiers come Gianfranco Ferrè, sono stata testimone della creazione di un abito, anzi dalla sua nascita, li trattava come sue creature! Con lo stesso rispetto tratto le mie foto, i miei soggetti….”

” EVOLUZIONE EMOTIVA SUL SOGGETTO FOTOGRAFATO E SUCCESSO DEL RISULTATO: _ DUBBIO CON UN VELO DI TIMIDEZZA; _ QUIETE E RILASSAMENTO; _ DIVERTIMENTO; _ CONSAPEVOLEZZA DI Sè”.